A pensarci, almeno un cinquanta per cento dei meriti per i quali l’umanità – in particolare nel suo versante pop – dev’essere grata a Steve Jobs sta nell’idea di riciclare degnamente la musica come genere di consumo, intrattenimento ed elucubrazione, nel momento in cui i suoi media e i suoi strumenti di diffusione mostravano la corda: insomma, l’idea di dare una forma presentabile e perfino attraente alla digitalizzazione della musica, al suo trapianto da un universo all’altro, ai suoi nuovi percorsi di accesso – cuffiette, iPod, iTunes, la scoperta del download gratuito, hanno rappresentato una rivoluzione.
Coincisa anche con un qual disgustoso appiattimento – se si parla di qualità, di ritualità della fruizione, di slittamento estetico verso il basso dell’intero sistema digitale, che ci ha riempito di suoni che non ci va di ascoltare, di scarichi distratti, di frammenti innominati, di files gracchianti, di notturni larsen.
Al tatto e all’occhio, ti risale di colpo tutto il XX secolo, la matrice indissolubilmente analogica che l’ha caratterizzato, con quel contributo di sistematicità, di forme, di tempi, di eleganza e visualità che l’accompagnavano.
Il tutto in una dimensione ovattata, serena, notturna, tipica di un disco al quale ci si può affezionare empaticamente, non in quanto prodigio, ma come sonorizzazione di un qualche momento di passaggio, magari questo, nel quale è indispensabile allestire la riserva di canzoni grazie alle quali superare l’inverno.
Fonte:
http://www.ilfoglio.it/statodellamusica/27