«Per evitare che un ragazzo sia ucciso a sprangate per un pacco di biscotti, come un cane randagio, non servono provvedimenti speciali sulla sicurezza». Don Roberto Davanzo lo dice con un certo rincrescimento, con il tono di chi vorrebbe una spiegazione e una soluzione tanto semplice per la violenza. Ma il presidente della Caritas ambrosiana conosce la complessità cittadina, non cerca facili scorciatoie per circoscrivere l’omicidio di Abdul Guibre: «Non abbiamo bisogno di nuove leggi, né abbiamo bisogno di qualcuno su cui scaricare le nostre responsabilità». Come spiegare tanta violenza? Si tratta di odio razziale? «Il problema è più profondo e va ben oltre il colore della pelle. La cronaca ci racconta regolarmente di gravissimi fatti d’intolleranza: a volte è una questione interetnica, a volte una questione religiosa, a volte una banale incomprensione. Ma si tratta della stessa fatica di convivere con chi è diverso da noi». Una fatica che può trasformarsi in furia omicida. «L’uccisione del giovane Abdul ha visto un padre e un figlio alleati in una violenza così efferata che nessuno dei due è riuscito a distogliere l’altro, a dirgli: ma cosa stai facendo? Una violenza impazzita che ci interroga dal punto di vista educativo e culturale. Ormai viviamo in un clima di sospetto reciproco e d’incomprensione». Quanto il sospetto è stato alimentato dalla politica? La Caritas di Milano è stata la prima a lanciare l’allarme per il giro di vite adottato dal governo a danno degli stranieri, a richiamare la città ai suoi doveri d’accoglienza e integrazione.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79027